giovedì 11 gennaio 2018

"Tuttavia, per sfiorare un'altra anima umana, devi semplicemente essere un'altra anima umana" C.G.Jung

“Qualcosa, però, può valer la pena di essere detto: rimani sempre coerente con le tue idee ed i tuoi principii  ma sappi metterti anche al posto degli altri…e non trattarli sempre come avversari!”


Era il giorno del mio diciottesimo compleanno quando i miei genitori mi scrissero questa lettera. Me la consegnarono insieme ad un orologio:  simbolo del tempo che passava rendendomi adulta  o, forse, sottile invito alla puntualità.

L’orologio non ce l’ho più: come molti oggetti che ho amato – forse non abbastanza – si dev’essere rotto, perso, nascosto in qualche luogo dove non riesco ad incontrarlo. Qualcuno una volta mi ha detto che non ho abbastanza cura dei ricordi: non credo. Ho molta cura dei miei ricordi: solo, non ho bisogno di oggetti per ricordarmi di ricordare.

Comunque, la lettera ce l’ho ancora.

A 18 anni ero mediamente carina, piuttosto brillante, decisamente ambiziosa, terribilmente arrogante. Il mondo era bianco o nero, le cose erano giuste o sbagliate, le persone erano con me o contro di me. Avevo molti principii, alcuni non convenzionali ma comunque incredibilmente saldi, per una che era al mondo da due giorni…

Paura di fallire? Poca. Dubbi sul mio potenziale? Tendenti allo zero. Ero pronta a volare – e lo avrei fatto pochi mesi dopo – con tutta la mia voglia di fare e di arrivare e con la certezza che, qualunque cosa fosse successa, sotto di me c’era una rete invisibile pronta a salvarmi o, almeno, a rallentare la caduta. Ma io non sarei caduta. Gli altri, forse. Quelli fragili. Quelli che non avevano niente da insegnarmi.

Quando  mio padre mi diede la lettera lessi tutto d’un fiato, gli occhi pieni di lacrime. Gli piaceva scrivere e sapeva toccare le mie corde. Non aveva consigli da darmi, diceva,  io ero un essere meraviglioso, la figlia che ogni genitore avrebbe desiderato. Tuttavia…solo una cosa, poteva valer la pena di essere detta: “sappi metterti anche al posto degli altri…e non trattarli sempre come avversari!”

Sul momento la frase mi sorprese un po’ ma, nell’emozione generale, lasciai cadere. Non ci ho più pensato  e per anni la lettera è rimasta nella sua busta. Poi, quando mio padre è mancato, in uno di quei momenti in cui il vuoto scricchiola pericolosamente, l’ho riletta. Volevo sentire la sua voce, ricordarmi che ero stata una brava figlia, che lo avevo reso fiero, che avevo meritato tutto quell’amore. Volevo ricordarmi che ero forte.

E, rileggendole tanti anni dopo, quelle parole mi sono apparse in tutta la loro potenza: un unico consiglio, l’unico importante. “Sii una persona migliore di così. Trova il modo per rispettare te stessa e i tuoi principii ma fallo sempre rispettando ed ascoltando chi incrocia la tua strada”.
Mi piace pensare che quella frase abbia lavorato dentro di me negli anni, che sia stata la spinta silenziosa e inconsapevole a cambiare le cose, a cercare sempre modi nuovi per essere migliore. 

E non lo so se sono davvero migliore ma so che ora sto bene ogni volta che strappo un sorriso a chi non aveva la forza di farlo, ogni volta che mi concedo il lusso di cambiare idea perché qualcuno me ne ha regalata una migliore, ogni volta che ascolto fino in fondo e poi ammetto che non lo so e se anche lo so, alla fine “dipende” J.


Ne ho ancora tanta di strada da fare. Però, ci sto provando. Chissà se era questo che avevi in mente, quella volta…comunque, grazie. E’ stato proprio un bel regalo.

mercoledì 1 marzo 2017

E tu, dove stai andando?

Se chiedessero ai miei studenti qual è la frase che mi definisce meglio, una di quelle che ripeto come un mantra, la risposta più probabile sarebbe: “le parole sono importanti”.
Sì, proprio come il Nanni Moretti in cuffia ed accappatoio di Palombella Rossa, solo un po’ meno esaurita :D

Eppure, dopo anni di studio e di Coaching, ancora non ho trovato la definizione che vorrei, quella che racchiuda in due parole l’essenza di qualcosa così vasto e caleidoscopico.

Quando pensiamo al Coaching, istintivamente, lo associamo a qualcosa di estremamente pratico e concreto; il che, in effetti, è corretto. Pensiamo: Coaching=obiettivi raggiunti. D’altra parte, siamo abituati ad osservare il Coaching applicato al mondo dello sport, oppure del business, dove la concretezza è una necessità.

Quando parliamo di Life Coaching, tuttavia, questo focus esclusivo sugli obiettivi “pratici” è particolarmente riduttivo.

Il fatto è che molti di noi non hanno davvero nessuna difficoltà nel raggiungere gli obiettivi… anzi: basta sfidarci, basta che ci sia un’idea chiara del punto di arrivo e…sbaammmm ! Dritti, spiaccicati contro l’obiettivo.
“Che strano, però… lo desideravo tanto… E, ora che l’ho raggiunto, perché non mi sento come dovrei sentirmi?”
“E come pensi che dovresti sentirti?”
“Non so… eccitato, penso. O…soddisfatto di me stesso, immagino. Invece, niente: solo una grande stanchezza. Sfinimento. Anche un po’ quel senso “come di strappato dentro”.

Il fatto è che quando ci affanniamo a rincorrere obiettivi che non sono “nostri”… magari li raggiungiamo anche ma questo non fa che allontanarci dalla nostra DIREZIONE…ed in qualche modo, anche se non sempre razionalmente, noi lo sappiamo.

Ecco, io credo che la differenza vera stia qui: il vero valore del Coaching, intendo. Ha a che fare con la direzione: con la nostra DIREZIONE, prima ancora che con gli obiettivi.
Perché, se siamo davvero in contatto con noi stessi, se in ogni momento ci è chiaro dove vogliamo andare, chi vogliamo essere, allora gli obiettivi si definiscono da soli e raggiungerli…be’, a quel punto si tratta solo di togliere gli ostacoli dalla strada…oppure di raccoglierli e decidere cosa farne.

Il punto è che “decidere chi vogliamo essere”, spesso non è semplice: mentre quasi sempre sentiamo chi NON vogliamo essere, come NON vogliamo vivere e dove NON vogliamo stare, i condizionamenti che subiamo ci rendono difficile mettere a fuoco cosa vorremmo al posto di ciò che non ci va.

C’è questo articolo di qualche anno fa: un’infermiera che, per anni, ha assistito malati nelle ultime settimane della loro vita. Persone che sentivano, che sapevano di avere ormai poco, pochissimo tempo. Sembra che quando le persone capiscono di non avere più tempo, istintivamente, ripensino alla propria vita in maniera più critica: come è stato…come sarebbe potuto essere…se soltanto io…se soltanto gli altri…

Insomma, questa infermiera ha raccolto le confidenze, i bilanci di vita di tantissime persone ed ha stilato una classifica. Ha messo in ordine i principali RIMPIANTI delle persone al termine della vita.

E lo sapete qual è il primo rimpianto ? #1 Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi e non quella che gli altri si aspettavano da me.

Da’ i brividi, vero ?
Già… anche perché sono tante, troppe, le persone che mostrano i sintomi di chi sta vivendo la vita di qualcun altro: il lavoro che non piace (“Con la crisi, sai, bisogna tenersi quel che c’è”), il matrimonio infelice con il fidanzato di sempre (“Dopo tanti anni, cosa vuoi, sposarsi era una scelta obbligata”), gli amici storici con i quali non abbiamo più niente da dire (“A quest’età è difficile fare nuove amicizie”) …

La notizia è questa (e non so se è buona): possiamo anche continuare a dare la colpa agli altri per le scelte che non abbiamo fatto e continuiamo a non fare; solo, non funziona. Non risolve le cose e non ci aiuta ad essere persone migliori, né più felici. Semplicemente: decidere di non scegliere, decidere di vivere come vittime di un mondo ingiusto e cattivo è comunque una scelta, che ci piaccia o no.
Virginia Satir diceva: “La vita non è come dovrebbe essere, è com’è. E’ il modo in cui l’affronti che fa la differenza”.

Non sto dicendo che sia facile. Sto dicendo che è possibile. E’ possibile e ripaga dello sforzo, fidati.





E, se non sai da dove partire, prova ad ascoltare Stephen Covey: parlando di direzione, lui dice “PARTI DALLA FINE”. Cosa vuol dire? Vuol dire che se non sai bene cosa fare del tuo presente, forse dovresti cambiare prospettiva: quando i giochi saranno ormai fatti, quando non ci sarà più tempo per cambiare le cose, per rimediare agli errori, per fare nuove scelte… in quel momento, chi vorresti essere?

Ecco, è tutto qui. Il Coaching è qualcosa che ha a che fare con TE e con la TUA DIREZIONE. Se decidi di avvicinarti al Coaching, scegli di prenderti la responsabilità delle tue scelte, della tua direzione, della tua vita.


Il resto è tecnica, allenamento e impegno. Il resto, alla fine, viene sempre da sé.

mercoledì 30 marzo 2016

Nessuno: lo capisci ?



E’ bella, M. E’ una di quelle donne con una luce particolare negli occhi, quel brillìo di brace rossa sotto la cenere. Sorride sempre, sorride a tutti. Una volta le ho chiesto dove trovasse quella  voglia di sorridere, di avere sempre un’attenzione per tutti: “Il mondo è già abbastanza duro, là fuori. Chi sono io, per negare un sorriso a chi me lo chiede ?”.

Oggi, M. non sorride. Oltrepassa la soglia, mi scansa, quasi le desse fastidio toccarmi. Non mi guarda, attraversa la stanza e va a sedersi al solito posto, il suo. E’ buffo – penso -  come ogni persona che viene in studio scelga la prima volta dove sedersi  e poi tenda a tornare lì per tutti gli incontri successivi. Anche se non è il posto più comodo, anche se non è il più sicuro: una metafora della vita, in fondo.

Anche io mi siedo e aspetto. E, puntuale, arriva la conferma di quello che temevo: M. sbottona la camicia e scosta i capelli: non sono lividi, è un’unica macchia scura che si estende dal seno verso il collo e fino alla spalla destra. Mi viene in mente una petroliera che ha perso il carico, con la macchia di petrolio che si allarga seminando paura e morte. Penso anche “Che bastardo !” ma non lo dico: non è questo che le serve.

Quello che le serve, ora, è fermare il battito impazzito del suo cuore, è ricordarsi che può ancora respirare e, soprattutto, è convincersi che non è lei quella sbagliata, anche se lui sta lavorando sodo per convincerla del contrario.
E’ spiegarle -  mentre mi giura che non è vero, che lei con quell’altro non ha fatto niente –  che non è questo il punto. Il punto è che, anche fosse, nessuno -  nessuno: lo capisci? -  ha il diritto di farti questo. E il fatto che tu ti giustifichi, dicendo che lui non aveva motivo per picchiarti (perché no, non l’hai tradito) è doloroso ed agghiacciante perché, in fondo, è un modo per dare indirettamente ragione a lui. 

E anche se da bambina, da ragazza, hanno provato ad inculcarti qualcosa di diverso, ricordalo sempre: non esiste un motivo al mondo che possa legittimare un uomo a trattarti in questo modo.

Poi, i lividi si curano, il cuore ricomincia a battere normalmente e di respirare siamo comunque capaci, in un modo o nell’altro. Quello che dobbiamo fare ora, un passo per volta, è riscoprire come fare ad amarci e ad accettarci per quegli esseri speciali ed imperfetti che siamo: perché se ci amiamo davvero, se crediamo davvero di meritare di più, nessuno – questo te lo prometto – potrà più farci male in questo modo.

sabato 22 agosto 2015

La verità, vi prego, sulla sincerità...



Tempo fa ho “assistito” a questa discussione FB: un amico posta la foto di un piede inguainato in un sandalo con tacco a spillo ed un tatuaggio sulla caviglia. Il suo commento, nel quale tagga la proprietaria del piede, è un educato apprezzamento rivolto alla sua amica.  Ed ecco apparire, in risposta, il commento di un’altra persona (in apparenza amica di lui ma non di lei) che, nell’ordine:

  • dichiara di non amare tacchi a spillo e tatuaggi (bene,  i gusti sono soggettivi)
  •  in quanto  “poco eleganti” (non più tanto bene: il giudizio ricade, inevitabilmente, sulla padrona della caviglia)
  • d’altra parte, precisa, la cafonaggine è la regina del nostro tempo (decisamente male: il giudizio negativo viene esteso anche a tutti quelli che apprezzano tacchi e tatuaggi)
  •  infine,  si “scusa” genericamente per dire ciò che pensa ma, specifica, la sincerità è un valore al quale non può rinunciare

Per quanto mi riguarda, trovo sano e sensato che qualcuno ami tacchi e tatuaggi e qualcun altro, invece, non voglia indossarli nemmeno sotto tortura. Ma non è questo il punto: oggi voglio parlare di “sincerità”. 

La sincerità è un valore, questo lo sappiamo. E, come tutti i valori, è un concetto astratto che racchiude un mondo, diverso per ciascuno di noi. Intendo dire  che, se vai là fuori e chiedi se la  sincerità è importante, ti risponderanno di sì. Tutti tutti  ;-)? Molti. Cosa ciascuno intenda per sincerità poi … questo è un altro film. 
Perché le regole che governano i nostri valori sono diverse per ciascuno di noi e, di conseguenza, diverso è il nostro modo di vivere e difendere quello stesso valore.

Per me la sincerità è un valore importante e influenza il mio modo di vivere le relazioni personali e professionali. Anche io, come la persona del commento, ritengo di dover essere sincera perché, diversamente, non sarei me stessa.

D’altra parte,  mi chiedo spesso dove sia il confine: esprimere commenti offensivi e non richiesti a persone che con il loro comportamento non stanno procurando danno né a me né ad altri, è davvero “sincerità” ? O è, più semplicemente, arroganza e mancanza di sensibilità ?

Incontro spesso persone che si compiacciono di dire sempre tutto quello che pensano, senza filtri,  perché ritengono che questo faccia di loro persone coerenti e “tutte d’un pezzo”.

Io, crescendo (e ci ho messo del tempo…), ho maturato una visione un po’ diversa. Se è vero che sulle questioni tecniche sono ancora molto diretta, quando parliamo di persone ho imparato a riflettere.

Ho imparato che ci sono cose che vanno dette perché è importante:  per l’altra persona oppure per me, perché tacere mi costringerebbe a violare altri valori per me prioritari. 
Ho imparato che, in ogni caso, la stessa cosa la posso dire in modi diversi e lo sforzo di cercare le parole giuste, in genere, paga.
Ho imparato che, anche se posso avere una mia opinione su tutto (e qui, l’Ispettore Callaghan insegna ;)) non è così scontato che agli altri questo interessi. Soprattutto se la mia opinione, nel caso specifico, nessuno me l’ha chiesta. 

Ho imparato che il rispetto per le persone, questo sì, per me è davvero importante. E che bilanciare continuamente  la mia esigenza di essere sincera con la volontà di non ferire mai gratuitamente gli altri   non è semplice ma è il mio modo per sentirmi, ogni giorno,  un po’ più matura, un po’ più degna, un po’ più me stessa. 

“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile e, infine, se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.” 
(Buddha)

giovedì 26 febbraio 2015

Il coraggio di non essere indispensabili



Ci sono momenti in cui ci sentiamo sopraffatti, tirati in tutte le direzioni.
Tutti sembrano aver bisogno di noi, tutti sembrano aspettarsi da noi qualcosa di fondamentale. Qualcosa di fondamentale per loro.

 E’ bello sentire di essere una guida, un punto di riferimento per chi ci circonda. Bello e logorante. 
“Avrei davvero bisogno di staccare, di pensare un po’ a me”.  “…. Cosa te lo impedisce ?”
“Be’, sai … loro, senza di me non riescono a fare niente …”
“Loro” sono, a scelta: il compagno o la compagna, i figli, i genitori, gli amici, i colleghi … i fratelli, i cognati e (perché no ?)a volte  anche i suoceri.

C’è che quando si tratta di incastrarci da soli, siamo dei professionisti. Perché,  se è vero che a volte ci troviamo invischiati senza averlo chiesto in situazioni drammatiche e da cui è difficile uscire, generalmente siamo noi stessi ad infilarci dritti nel tunnel.

Lo facciamo svolgendo al posto dei nostri figli attività quotidiane che potrebbero (e dovrebbero) fare da soli. Sobbarcandoci tutte le incombenze di casa perché, in fondo,  siamo convinti che il nostro partner non sia in grado di fare le cose bene come sappiamo fare noi. Lo facciamo quando non abbiamo il coraggio di dire di no all’ennesima richiesta di un amico, un parente o un collega, perché potrebbe pensare che non ci importa abbastanza o che siamo degli egoisti.

Ogni volta che facciamo una di queste cose, scaviamo una fossa un po’ più profonda intorno a noi: impedendo ai nostri figli di crescere, de-responsabilizzando il nostro partner, passando agli altri il messaggio che il loro tempo è più importante del nostro. Soprattutto, convincendoci di essere indispensabili.

La buona notizia è che nessuno è indispensabile, nemmeno tu. Però sei importante, sei speciale e hai il dovere di prenderti cura di te stesso, prima che degli altri. Ricordo l’ultima volta in aereo. Non ascolto quasi più le indicazioni sulla sicurezza ma quel giorno l’ho fatto. E per la prima volta, forse proprio perché seduto a fianco a me c’era il mio piccolo, ho colto la forza di questa indicazione: "In caso di necessità, le maschere a ossigeno usciranno automaticamente dai loro alloggiamenti... se viaggiate con un bambino, prima indossate voi la vostra maschera e solo dopo  mettete la maschera al bambino". Già, perché se non salvaguardiamo  prima noi stessi, poi non riusciremo  a fare nulla per aiutare gli altri, soprattutto quelli che dipendono da noi .

E’ sorprendente come spesso ci sentiamo in colpa per esserci concessi qualcosa, un acquisto, uno svago, anche solo un po’ di tempo per noi. Eppure, quando si tratta di fare qualcosa per gli altri, siamo sempre disponibili. Forse, gli altri lo meritano più di noi ?

La verità è che a volte, il carico che dobbiamo portare ci rende stanchi, irritabili e frustrati. E quell’amore che vorremmo provare, che sappiamo che dovremmo provare, rimane sommerso sotto strati di rancore e rabbia. Quando la cosa non trascende in stati di malessere fisico, dai più banali a situazioni preoccupanti.

Penso che la forma più nobile dell’amore verso gli altri passi prima attraverso l’amore ed il rispetto per noi stessi. Penso che non sia giusto permettere che il nostro tempo sia fagocitato da chiunque ci stia intorno e che dovremmo difendere tempi e spazi per coltivare anche le nostre passioni. Penso che per non sentirsi indispensabili ci voglia coraggio.

E tu … pensi di avere abbastanza coraggio per non essere indispensabile ?


Fallo per te stesso, non per fare dispetto al mondo



Ho trascorso infanzia e adolescenza in un piccolo paese, uno di quelli dove nessuno si faceva veramente gli affari propri: non era cattiveria, è che non c’erano molte distrazioni. Le persone sapevano tutto di te: cosa facevi, cosa non facevi e anche cosa avresti dovuto fare.  

Tutti si lamentavano di questa mancanza di privacy: ragazzini, giovani e adulti. E la conclusione  era sempre la stessa: “Prima o poi me ne vado da qui e, finalmente,  potrò fare quello che mi pare senza che nessuno si intrometta …”.

Alcuni, come me,  alla fine se ne sono andati davvero.  E, forse,  per un po’ hanno davvero fatto quello che volevano, senza che nessuno si intromettesse. Poi, sono arrivati i social network … 

Così, il posto della vicina dietro la tendina, della zia inopportuna che si incontra in orari e posti improbabili, del professore che, non si sa come, capta conversazioni criptate a metri di distanza … è  stato preso dalle nostre vaste ed  incontrollate comunità virtuali. 

E così, quello che prima cercavamo di tenere nascosto ai vicini curiosi ora lo spiattelliamo sui social, disinvolti e fieri. La cosa non mi turba, personalmente: credo che ognuno di noi abbia il diritto di gestire la propria privacy come preferisce.Quello che, invece, mi stupisce è il desiderio, sempre più esplicito, di far sapere agli “amici” di FB (io preferisco  “contatti”, le parole sono importanti ;-) ) che noi non stiamo solo bene, stiamo "alla grandissima". E non perché, in questo modo, i nostri amici veri si rilasseranno pensando “Ah, per fortuna sta bene, sono contento” ma perché, leggendoci, i nostri “nemici” rosicheranno. 

Non sto interpretando, mi limito a leggere i vari post che vedo ogni volta che apro FB. Da quelli pre-confezionati a quelli artigianali, tutti hanno un leitmotiv comune: ridi, mostrati felice e realizzato perché, così, chi ti vuole male rosicherà per non essere riuscito a spegnere il tuo buonumore … 

Approccio un po’ egocentrico, concedetemelo. Pensare che il mondo non abbia altro da fare che stare a guardare i miei stati per gongolare quando mi vede vacillare e rosicare, invece, quando io dichiaro di stare bene… Non potremmo, che so, impiegare tutte queste risorse per imparare a  stare bene ? Bene davvero, intendo. E provare a pensare che là fuori c'è davvero gente che pensa a noi: perché ci stima, perché ci vuole bene e pensa che siamo speciali. Perché, magari, speciali potremmo esserlo sul serio, se smettessimo di pensare di essere il centro del mondo.

E accettare che tutto questo nostro celebrare continuamente la nostra forza, la nostra perfezione, la nostra impressionante capacità di resistere alle congiure interplanetarie, alle malelingue, ai falsi amici… è pure un po’ patetico. 

Tutti incontrano avversità, tutti qualche volta sono stati calunniati o trattati ingiustamente, tutti hanno avuto qualche amico che poi non si è rivelato tale. Non sarà questo a renderci speciali. Non sarà questo a renderci unici.

E se provassimo ad essere felici così, per il gusto di esserlo davvero ? Per noi stessi e per le persone a cui vogliamo bene. Per le persone che ci vogliono bene. 

Perché sei unico e speciale e non hai bisogno di continuare a dichiararlo in bacheca, se il mondo ottuso si ostina a non capire:  puoi dimostrarlo ogni giorno, rendendo un po’ più colorate  le giornate di chi ti circonda. Nella vita reale.